DANIELE DE ROSSI & MATTEO SALVINI: I DUE CAPITANI

CALCIO E POLITICA TRA FIDUCIA E FEDE

Di Marica Spalletta

Professore Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e docente di Media e politica

 

Nella serata in cui si è consumato lo scontro elettorale tra i due grandi azionisti di governo, ovvero la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, la città di Roma, sponda giallorossa, ha tributato il proprio saluto al suo capitano Daniele De Rossi.

Lungi dal voler mescolare il sacro con il profano – anche se qualcuno potrebbe legittimamente obiettare dove sta il sacro e dove il profano se si paragonano un atleta che, per tutta la propria carriera (e anche oltre la stessa, se si legge con attenzione la lettera con cui De Rossi si è accomiatato dai propri tifosi), è rimasto fedele alla sacralità di una maglia, e un leader politico che sembrerebbe invece aver scambiato il sacro per uno strumento di marketing politico-elettorale – a mio avviso c’è tuttavia una sottile linea rossa che lega il capitano che lascia, DDR, e il leader politico che, risultati alla mano, 1 italiano su 3 ha scelto come capitano dell’Italia politica.

In un paese come il nostro, in cui oggi più che mai si sente il bisogno di una guida sicura, nel calcio come nella politica la gente tende ad affidarsi a persone capaci di incarnare prima ed esprimere poi una leadership. E qui sta l’analogia tra Daniele e Matteo. Per circa due lustri, De Rossi è stato infatti il punto di riferimento tanto dello spogliatoio giallorosso quanto della tifoseria, espressione di quella “vita da mediano” celebrata da Ligabue ma capace di costruirsi una propria credibilità, tutto questo trovandosi a dover convivere per quasi due lustri con l’ingombrante presenza della star Francesco Totti. Ieri sera, l’Italia si è invece scoperta compatta attorno al leader Matteo Salvini che, nell’incerto dibattito politico degli ultimi mesi, si è contraddistinto per attivismo e fermezza, tanto più evidenti rispetto a un Movimento 5 Stelle talvolta balbettante e a un Partito Democratico ancora una volta non pervenuto.

A questa evidente analogia tra i due protagonisti di questa piovosa serata di maggio si abbina tuttavia una altrettanto palese differenza. Quella stessa differenza che storicamente distingue la fiducia dalla fede.

Di De Rossi, infatti, il popolo giallorosso chiaramente si fida, e non a caso è un atto di fiducia quello che l’atleta chiede ai propri tifosi nella sua lettera di commiato («Mai come in questi giorni ho sentito il vostro affetto: mi ha travolto e mi ha riempito il cuore. Mai come in questi giorni vi ho visto così uniti per qualcosa. Ora, il regalo più grande che mi potete fare è mettere da parte la rabbia e tutti uniti ricominciare a soffiare per spingere l’unica cosa che ci sta a cuore, la cosa che viene prima di tutto e tutti, la Roma»). Una fiducia che De Rossi ha saputo costruirsi nei tanti anni in cui ha vestito la maglia giallorossa e che ieri sera, in un simbolico gesto di trasferimento di credibilità, ha donato al suo successo Alessandro Florenzi.

A Salvini – vincitore indiscusso di questa tornata elettorale ed ora chiamato a dimostrare con i fatti di meritare davvero la leadership che gli elettori gli hanno tributato – l’Italia invece ha, per ora, scelto di credere per un atto di fede. Ma, come Salvini dovrà presto imparare, la politica e la fede non sempre vanno d’accordo, e arriva il momento in cui la fede – da sola – non basta più. Serve la fiducia e, come insegna il caso De Rossi, si tratta di qualcosa di assai più sacro di quei rosari che da qualche tempo a Matteo piace tanto mostrare.