21
SET
2016

Le strategie comunicative dell’Isis – Intervista a Marica Spalletta

La nuova stagione dell’offensiva jihadista, le strategie comunicative dell’Isis e gli effetti sulla campagna elettorale americana. Gerardo Marrone, responsabile esteri del «Giornale di Sicilia», intervista Marica Spalletta, direttore dell’Osservatorio MediaPOP di Link LAB e docente di Media e Politica.

 

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Attentatori fai-da-te e “microattacchi”. L’Isis ha scelto gli Stati Uniti, da New York al Minnesota, per sperimentare nuove strategie del terrore: “Più che di un cambiamento, però, credo sia giusto parlare di un potenziamento, di un adeguamento”, afferma Marica Spalletta, docente di Media e Politica alla Link Campus University di Roma. Autrice di uno dei saggi contenuti nel libro “Il terrore che voleva farsi Stato”, curato da Anna Maria Cossiga e pubblicato in questi giorni da Eurilink, la studiosa spiega: “Adesso, lo Stato Islamico offre ai propri seguaci linee guida e strumenti sulla base dei quali essi possono, poi, agire individualmente. Se ci pensiamo, è proprio il meccanismo alla base della Rete: io posto un messaggio sul mio account social, ma non ho idea di dove esso potrà arrivare e attraverso quali percorsi”.

La nuova stagione dell’offensiva jihadista parte, ancora una volta, dagli Stati Uniti. Perché?

“Io sarei un po’ più prudente nell’attribuire un ruolo così forte agli Stati Uniti. Mi spiego. Gli Stati Uniti erano il “nemico” per eccellenza di Osama bin Laden e, non a caso, gli attacchi dell’11 settembre colpiscono proprio il cuore degli States. La strategia dell’Isis, invece, è diversa: a fronte di un solo nemico, ci sono diversi nemici. I recenti attacchi negli Stati Uniti, però, possono essere letti come un “cortese messaggio” agli stessi Usa a non abbassare la guardia. Ma, ripeto, sono un episodio all’interno di una strategia più ampia e articolata che vuole colpire il mondo occidentale nei suoi percorsi della quotidianità”.

Dall’Ufficio Propaganda del Daesh, messaggi agli “aspiranti martiri”. Le parole-chiave?

Condivisione, partecipazione, realizzazione. L’aspirante martire sposa un’idea, un progetto cui è chiamato in prima persona a dare il proprio contributo, e dalla cui realizzazione gli deriverà il beneficio supremo dell’aver contribuito alla causa. Un sacrificio, dunque, che non è tale perché non fine a se stesso ma sempre finalizzato a qualcosa per cui il militante verrà certamente ricompensato”.

Contromisure. Marshall McLuhan, in occasione del rapimento Moro, sollecitò il black-out informativo. Improponibile oggi, per combattere califfo e colleghi?

“La proposta di McLuhan destò scalpore e qualche critica già ai tempi in cui venne formulata, e onestamente era di difficile realizzazione già allora, figuriamoci oggi. Sarebbe quanto mai opportuno non quel black-out dall’alto cui pensava McLuhan, bensì un black-out che nasce proprio dagli utenti di quella Rete su cui oggi viaggiano i principali flussi informativi”. 

“Il terrore che voleva farsi Stato”. Cosa bisogna aspettarsi adesso, che dalla Siria alla Libia il Califfato sta ammainando le proprie bandiere?

“I segnali indicano una forte ripresa della comunicazione, sia in termini di messaggi verbali/visuali che di iniziative sul territorio, rivolta verso il mondo islamico che, ricordiamolo, è il primo destinatario della strategia dell’Isis. Più ancora che verso l’Occidente, infatti, l’Isis si rivolge da sempre alle comunità islamiche con tre obiettivi: rafforzare la propria immagine, combattere chi si oppone, infine reclutare nuovi adepti estendendo il proprio controllo sul territorio e, nel contempo, ampliando il proprio bacino di combattenti”.

Nel suo saggio per il libro curato da Anna Maria Cossiga, lei scrive di bambini-testimonial della comunicazione Isis. Cosa c’è di nuovo?

“La forza del messaggio dell’Isis si alimenta, soprattutto verso il mondo occidentale, del ruolo simbolico e imprescindibile di quegli europei che hanno scelto la via della radicalizzazione: è la logica dell’“uno di voi” che viene a uccidere quelli che fino a pochi mesi prima erano i suoi “fratelli”. Ma i testimonial operano un ruolo importante anche quando il messaggio si rivolge verso le comunità musulmane. È con riferimento a questo secondo aspetto che entrano in gioco i “bambini-soldato”: personificano il senso di un progetto che non conosce limiti di età, così come di sesso”.

La minaccia terroristica è uno dei temi caldi nella lunga campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca. Qual è “l’uso della paura” nella sfida mediatica tra candidati alla Presidenza?

“Lo schema narrativo di queste elezioni presidenziali appare consolidato: da una parte lo sfidante Donald Trump, che incarna il desiderio di cambiamento di quell’America che è stanca di otto anni di presidenza Obama e alla quale offre risposte che, nell’immaginario americano, esaltano i valori tipici di quella società, in cima ai quali svetta la sicurezza. Dall’altra parte Hillary Clinton, candidato democratico in pectore da otto anni, che anche riguardo al tema del terrorismo si presenta come “donna delle Istituzioni”, facendo dunque leva su concetti chiave come competenza e professionalità che affida a un registro tanto pacato quanto fermo. In entrambi i casi, i candidati si propongono al popolo americano come risposta a un pericolo che la paura induce, attacco dopo attacco, a percepire sempre più come rischio”. (*GEM*)

 
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