05
APR
2017

Gabriele Natalizia intervistato dal Giornale di Sicilia sull’attentato di San Pietroburgo

Pubblicata sull’edizione odierna del «Giornale di Sicilia» l’intervista di Gerardo Marrone a Gabriele Natalizia, docente di Relazioni Internazionali, sull’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo dello scorso 3 aprile.

 

Quali sono i principali focolai “islamisti” nella Federazione Russa?

«La localizzazione del fenomeno non è semplice. All’interno dei confini della Federazione, il radicalismo islamico è presente in Tatarstan e, in particolare, nel Caucaso settentrionale. Il fenomeno, tuttavia, non è circoscritto alla più nota Cecenia, teatro di due guerre tra il 1994 e il 1996, poi tra il 1999 e il 2009, e origine di alcuni degli attentati più tragici che hanno colpito il Paese. Lo jihad, infatti, investe anche le Repubbliche autonome di Daghestan, Inguscezia, Circassia e Cabardino-Balcaria, dove dal 2007 è attivo l’auto-proclamato “Emirato del Caucaso” (Imarat Kavkaz), cui è stata attribuita la paternità degli attentati di Volgograd del 2013. Ma non solo».

Altro?

«Il radicalismo islamico è un’idra che si moltiplica anche nelle grandi città russe trovando terreno fertile, oltre che tra gli immigrati dal Caucaso, anche tra quelli dall’Asia Centrale. Il numero di questi ultimi è stimato tra i 200 mila legali e altrettanti clandestini. Il presunto autore degli attentati di lunedì è un cittadino russo, Jalilov Akbarzhon, originario della città di Osh in Kirghizistan».

Dal Caucaso all’Asia Centrale, per il Cremlino troppe questioni irrisolte. Irrisolvibili, in realtà?

«È una criticità strutturale della Federazione Russa, così come lo era per l’Unione Sovietica e ancor prima per l’Impero zarista, derivante dalla vastità del territorio da governare e dal carattere multi-etnico e multi-confessionale della popolazione. L’Asia centrale, sebbene non sia più politicamente unita alla Russia, continua a esserlo sotto il profilo economico, delle infrastrutture, della partecipazione alle Organizzazioni internazionali e anche sotto quello culturale. Le tensioni che prendono forma in questa regione, quindi, finiscono per produrre ripercussioni più o meno dirette in Russia».

Sotto la bandiera dell’Isis, migliaia di combattenti stranieri cresciuti nell’odio per Mosca. Il jihad, la guerra santa, può rappresentare il collante di molte aspirazioni separatistiche?

«Anzitutto non bisogna dimenticare che l’Unione Sovietica negli anni Ottanta è stata il primo Paese a confrontarsi con il moderno radicalismo islamico nella guerra d’Afghanistan, dal 1979 al 1989. La Russia ha raccolto questo testimone, legittimandolo attraverso una retorica differente. L’odio contro Mosca da parte dei jihadisti deriva in buona parte dal rilancio della sua immagine di “Terza Roma” e, quindi, dalla sua volontà di svolgere il ruolo di garante internazionale della Chiesa ortodossa e dei cristiani d’Oriente. Almeno sul piano ideale, questa è stata una delle giustificazioni della missione avviata in Siria dal settembre 2015».

Il direttore di “LookOutNews” Luciano Tirinnanzi, in un’intervista al “Giornale di Sicilia”, ha dichiarato che l’attentato di lunedì aveva come obiettivo virtuale, simbolico, lo stesso presidente Putin. D’accordo?

«Assolutamente sì. Non essendo possibile organizzare un attentato con qualche speranza di successo contro il presidente russo, si è scelto di farlo nella sua città natale e mentre lui era presente. Se dietro l’attentato ci fosse lo Stato Islamico, il suo obiettivo potrebbe essere quello di dimostrare come l’uomo forte della guerra civile siriana possa essere colpito direttamente a casa sua».

Donald Trump ha telefonato al suo “amico Vladimir”. Superpotenze divise e rissose in Medio Oriente come di fronte alla minaccia nucleare nordcoreana, ma costrette al dialogo?

«È quanto successe anche a George Bush e Vladimir Putin tra il 2001 e il 2004. Gli attacchi dell’11 settembre e la guerra in Cecenia sembrarono porre gli Stati Uniti e la Russia sullo stesso fronte di quella che al tempo fu definita la guerra globale al terrore. Ma quella fu solo una stagione relativamente breve».

(05/04/2017)

 
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