07
OTT
2016

Beni irrinunciabili. Intervista di «Viversani e belli» al direttore di Link LAB Nicola Ferrigni

Lo scrittore e imprenditore James Altucher abbandona tutte le sue ricchezze e vive solo con 15 oggetti. Il settimanale «Viversani e belli» intervista Nicola Ferrigni, ricercatore di Sociologia dei fenomeni politici alla Link Campus University e direttore di Link LAB, in un articolo dal titolo A cosa non puoi rinunciare?. 

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Che cosa pensa di James Altucher?

Credo sia una persona coraggiosa, che ha avuto l’audacia e la fermezza di provare a superare la dimensione della massificazione. Quella stessa dimensione che ci porta a considerarlo uno “sconfitto” solo perché non vuole vivere in questa società. E se, invece, fosse un vincente proprio perché non accetta certe logiche? La cosa che mi stupisce è che comunque, nonostante il suo essere anticonformista, abbia scelto 15 oggetti materiali.

Che cosa avrebbe dovuto preferire?

Quelle che Altucher ha selezionato per vivere sono tutte cose concrete. Invece, credo che, mai come oggi, siano necessari anche e soprattutto beni immateriali, come l’amicizia, l’affetto, la cultura. Infatti, la nostra è una società che spesso dimentica di questi valori, puntando tutto sugli oggetti. Quindi, invece dell’iPad, metterei un libro di fiabe, che aiuta a coltivare la dimensione dei sogni e delle emozioni.

Siamo sommersi di cose, in molti casi superflue, eppure non riusciamo a rinunciarvi: per quali ragioni?

Perché abbiamo perso il piacere della scelta. La maggior parte delle cose che possediamo solo apparentemente è frutto di nostre decisioni: in realtà, è la risposta a bisogni indotti dal marketing. Lo dimostra il fatto che abbiamo tutti gli stessi desideri e gli stessi oggetti. Spesso, compriamo per il solo piacere di acquistare e non per quello di scegliere. Indubbiamente, farsi un regalo è appagante, ma lo sarebbe ancora di più se dietro di fosse una scelta “vera” e ragionata.

Possiamo uscire da questo circolo vizioso?

Non abbiamo altre possibilità. Uscirne è il futuro inevitabile: il consumismo, infatti, ormai è un modello insostenibile. E, come tutte le cose insostenibili, diventerà insopportabile e imploderà. Lo si vede già in alcuni aspetti della vita quotidiana. Un esempio eclatante? Quello delle vacanze, che sono per antonomasia il momento dello svago e del divertimento: già da qualche tempo, molti rifiutano le soluzioni massificate e standardizzate, ricercando luoghi isolati e lontani in cui ritrovare se stessi e rilassarsi.

Andremo verso l’autosufficienza?

Al momento non la credo una virata possibile, per lo meno in Italia. L’indipendenza e l’autosufficienza non sono parte del nostro Dna culturale: abbiamo una vocazione troppo forte per le relazioni e le interconnessioni per puntare tutto sull’autonomia. Credo, piuttosto, che impareremo in maniera sempre più efficace a rallentare: nella corsa sfrenata agli acquisti, nei ritmi, nelle relazioni. Questo ci permetterà, forse, di superare l’eccessivo consumismo e la massificazione, che hanno portato anche all’appiattimento e all’omologazione culturale.

 

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Che cosa pensa di James Altucher?

Credo sia una persona coraggiosa, che ha avuto l’audacia e la fermezza di provare a superare la dimensione della massificazione. Quella stessa dimensione che ci porta a considerarlo uno “sconfitto” solo perché non vuole vivere in questa società. E se, invece, fosse un vincente proprio perché non accetta certe logiche? La cosa che mi stupisce è che comunque, nonostante il suo essere anticonformista, abbia scelto 15 oggetti materiali.

Che cosa avrebbe dovuto preferire?

Quelle che Altucher ha selezionato per vivere sono tutte cose concrete. Invece, credo che, mai come oggi, siano necessari anche e soprattutto beni immateriali, come l’amicizia, l’affetto, la cultura. Infatti, la nostra è una società che spesso dimentica di questi valori, puntando tutto sugli oggetti. Quindi, invece dell’iPad, metterei un libro di fiabe, che aiuta a coltivare la dimensione dei sogni e delle emozioni.

Siamo sommersi di cose, in molti casi superflue, eppure non riusciamo a rinunciarvi: per quali ragioni?

Perché abbiamo perso il piacere della scelta. La maggior parte delle cose che possediamo solo apparentemente è frutto di nostre decisioni: in realtà, è la risposta a bisogni indotti dal marketing. Lo dimostra il fatto che abbiamo tutti gli stessi desideri e gli stessi oggetti. Spesso, compriamo per il solo piacere di acquistare e non per quello di scegliere. Indubbiamente, farsi un regalo è appagante, ma lo sarebbe ancora di più se dietro di fosse una scelta “vera” e ragionata.

Possiamo uscire da questo circolo vizioso?

Non abbiamo altre possibilità. Uscirne è il futuro inevitabile: il consumismo, infatti, ormai è un modello insostenibile. E, come tutte le cose insostenibili, diventerà insopportabile e imploderà. Lo si vede già in alcuni aspetti della vita quotidiana. Un esempio eclatante? Quello delle vacanze, che sono per antonomasia il momento dello svago e del divertimento: già da qualche tempo, molti rifiutano le soluzioni massificate e standardizzate, ricercando luoghi isolati e lontani in cui ritrovare se stessi e rilassarsi.

Andremo verso l’autosufficienza?

Al momento non la credo una virata possibile, per lo meno in Italia. L’indipendenza e l’autosufficienza non sono parte del nostro Dna culturale: abbiamo una vocazione troppo forte per le relazioni e le interconnessioni per puntare tutto sull’autonomia. Credo, piuttosto, che impareremo in maniera sempre più efficace a rallentare: nella corsa sfrenata agli acquisti, nei ritmi, nelle relazioni. Questo ci permetterà, forse, di superare l’eccessivo consumismo e la massificazione, che hanno portato anche all’appiattimento e all’omologazione culturale.

 
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